Non serve possedere un grande terreno o costruire una centrale per partecipare alla transizione energetica. Oggi l’energia prodotta dal sole può essere condivisa tra abitazioni, imprese ed edifici pubblici, trasformando un semplice impianto fotovoltaico in una risorsa per l’intero territorio.
Immaginiamo il tetto di una scuola coperto di pannelli solari. Durante il giorno l’edificio produce più elettricità di quanta ne utilizzi. Poco distante, un negozio, un laboratorio artigiano e alcune famiglie stanno invece consumando energia proprio in quelle ore.
In una comunità energetica rinnovabile, questi soggetti possono collaborare e valorizzare l’energia prodotta e consumata contemporaneamente sul territorio. Il risultato è un modello energetico più locale, partecipato e intelligente.
Una comunità energetica rinnovabile, spesso indicata con la sigla CER, è un soggetto giuridico costituito da cittadini, piccole e medie imprese, enti locali, associazioni e altri soggetti ammessi dalla normativa.
I suoi membri collaborano per produrre, consumare e condividere virtualmente energia proveniente da fonti rinnovabili. Nella maggior parte dei progetti italiani questa energia viene generata da impianti fotovoltaici, ma possono essere impiegate anche altre fonti rinnovabili compatibili con le regole previste.
La condivisione è “virtuale” perché l’elettricità continua a viaggiare attraverso la rete pubblica. Non è quindi necessario costruire collegamenti privati tra gli edifici o modificare l’impianto elettrico delle abitazioni.
Ogni partecipante mantiene inoltre il proprio contatore e il proprio contratto di fornitura. Entrare in una CER non significa cambiare obbligatoriamente fornitore né rinunciare alla libertà di scegliere la propria offerta energetica.
Il principio è più semplice di quanto sembri.
In ogni ora viene confrontata l’energia immessa in rete dagli impianti della comunità con quella prelevata dai suoi membri. La quantità condivisa corrisponde al valore più basso tra produzione e consumo.
Se, per esempio, gli impianti producono 100 kWh e i membri ne consumano 80 nella stessa ora, l’energia condivisa sarà pari a 80 kWh. Se i consumi fossero invece di 120 kWh, la quota condivisa si fermerebbe a 100 kWh.
Questo meccanismo premia la capacità di far coincidere produzione e domanda. Per una comunità non conta soltanto installare molti pannelli: è importante anche conoscere le abitudini energetiche dei partecipanti e progettare correttamente la combinazione tra impianti e consumi.
Una scuola, un supermercato, un’officina, un municipio e alcune abitazioni possono avere profili molto diversi. Proprio questa diversità, se ben coordinata, può diventare un vantaggio.
Una comunità energetica può generare incentivi e contributi legati all’energia condivisa, da distribuire secondo le regole definite dai partecipanti. Tuttavia, considerarla soltanto uno strumento per ottenere un ritorno economico sarebbe riduttivo.
I benefici possono riguardare almeno quattro dimensioni.
Riduzione dell’impatto ambientale. Produrre energia da fonti rinnovabili contribuisce a diminuire il ricorso ai combustibili fossili e le emissioni associate alla generazione elettrica.
Valorizzazione del territorio. Tetti di scuole, capannoni, parcheggi e altri spazi già costruiti possono diventare superfici produttive, senza richiedere necessariamente nuovo consumo di suolo.
Maggiore consapevolezza. Quando una comunità conosce i propri consumi, tende a individuare più facilmente sprechi e opportunità di efficientamento. La transizione energetica smette così di essere un concetto astratto e diventa un progetto visibile.
Contrasto alla povertà energetica. Una parte dei benefici può essere destinata alle famiglie in difficoltà o a iniziative sociali, secondo quanto stabilito dallo statuto e dal regolamento della comunità.
È questo l’aspetto più innovativo delle CER: l’energia non viene trattata soltanto come una merce, ma anche come uno strumento di collaborazione e sviluppo locale.
Una comunità può nascere dall’iniziativa di un Comune, di un gruppo di cittadini, di imprese locali, di una parrocchia, di una cooperativa o di un’associazione.
Non tutti i membri devono possedere un impianto. Si può partecipare come consumatori, produttori oppure soggetti che svolgono entrambi i ruoli. Il GSE prevede inoltre la figura del referente, incaricato della gestione tecnica e amministrativa della configurazione.
Per accedere al servizio di autoconsumo diffuso devono essere rispettate precise condizioni tecniche e territoriali. In particolare, i punti di connessione coinvolti nella configurazione devono ricadere nell’area elettrica prevista dalle regole vigenti, generalmente quella riferita alla medesima cabina primaria.
Prima di costituire una CER è quindi opportuno verificare la compatibilità geografica delle utenze e sviluppare uno studio energetico ed economico realistico.
Il primo passo non è acquistare i pannelli, ma costruire un progetto.
Occorre individuare i possibili partecipanti, raccogliere i dati di consumo, esaminare le superfici disponibili e stimare quanta energia potrebbe essere prodotta e condivisa. Successivamente bisogna scegliere la forma giuridica, definire le regole di ingresso e uscita, stabilire come impiegare i benefici e assegnare le responsabilità operative.
Un percorso ben organizzato comprende generalmente:
1. l’analisi preliminare del territorio;
2. la verifica delle utenze e della cabina primaria;
3. lo studio dei consumi e della produzione attesa;
4. la progettazione degli impianti;
5. la costituzione del soggetto giuridico;
6. la definizione del regolamento;
7. la richiesta di accesso al servizio del GSE;
8. il monitoraggio dei risultati nel tempo.
La tecnologia è fondamentale, ma non è sufficiente. Una comunità energetica funziona davvero quando esistono trasparenza, partecipazione e obiettivi condivisi.
Per oltre un secolo siamo stati abituati a un sistema nel quale poche grandi centrali producevano energia per milioni di consumatori. Le rinnovabili stanno introducendo uno scenario diverso: ogni tetto può diventare una piccola fonte di produzione e ogni territorio può assumere un ruolo più attivo.
Le comunità energetiche non sostituiranno da sole il sistema elettrico nazionale, ma possono renderlo più distribuito, consapevole e vicino alle persone.
La vera rivoluzione, quindi, non consiste soltanto nel produrre elettricità dal sole. Consiste nel passare da consumatori isolati a protagonisti di un progetto comune.
Ed è forse proprio qui che l’energia diventa davvero verde: quando, oltre a rispettare l’ambiente, crea valore per il luogo in cui viene prodotta.
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